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VALERIO ONIDA: DISCORSO IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DELL’ UNITÀ D’ITALIA

CONSIGLIO PROVINCIALE DI MILANO – 17 MARZO 2011

L’unità nazionale di cui oggi celebriamo il 150° anniversario non è solo l’unità territoriale del Paese. E’ certo anche questo, l’unità cioè del territorio che, a seguito delle note vicende storiche, è divenuto il territorio dello Stato italiano; quel territorio che ha conosciuto dapprima la progressiva riunificazione sotto un’unica sovranità statale, a partire dalla preesistente frammentazione fra molte e assai diverse unità politiche, e che ancora negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale, che i più anziani fra noi ancora conservano nella loro memoria personale, conobbe una nuova divisione fra due situazioni di occupazione militare – con il confine che risaliva lentamente da sud a nord -, fra due regimi e due unità politiche contrapposte, e la stagione della Resistenza armata, la quale mai cessò, come è ben noto, di perseguire, con la liberazione, la rinnovata riunificazione del Paese.
Unità territoriale non vuol dire solo assenza di frontiere interne – quelle frontiere che del resto sono, se non scomparse, oggi fortemente ridotte di significato e di effetti per merito del processo di integrazione europea -, ma significa anche consapevolezza che le comunità, piccole e grandi, che vivono nelle diverse parti di questo territorio, negli oltre ottomila Comuni, nelle oltre cento Province e nelle venti Regioni italiane costituiscono un’unica comunità più ampia, l’unico popolo della Repubblica “una e indivisibile”, che riconosce e promuove le autonomie locali e “adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia”, di cui parla l’articolo 5 della Costituzione; e dunque inevitabilmente significa consapevolezza di una necessaria e vissuta solidarietà interterritoriale, come prima forma di quella “solidarietà politica”, oltre che economica e sociale, che secondo la Costituzione rappresenta l’oggetto dei “doveri inderogabili” di cui la Repubblica richiede l’adempimento, nello stesso momento in cui riconosce e garantisce i “diritti inviolabili” degli individui e delle formazioni sociali.

Ma – dicevo – non è solo questa l’unità nazionale che celebriamo. L’unità nazionale, che l’articolo 87 della Costituzione chiama il Presidente della Repubblica a “rappresentare”, come suo primo e fondamentale compito, è anche e prima qualcosa d’altro, qualcosa di più, che storicamente e logicamente precede l’unità territoriale, ne ha costituito la premessa e il motore, per così dire, e fonda il sentimento di essere una comunità. E’ la consapevolezza dell’esistenza di un nucleo essenziale di valori e di principi, non solo di connotati culturali o linguistici, attorno a cui si costruisce la convivenza e che la fa essere tale, non un semplice vivere casualmente o forzatamente gomito a gomito con altri individui a noi fondamentalmente estranei se non addirittura ostili. Sono i valori e i principi della Costituzione. Quella consapevolezza che ci fa vedere nella legge non solo un vincolo che lega e limita la nostra libertà, ma anche un elemento che lega nel senso che “tiene insieme” la società, facendone una “comunità”; e che ci fa vedere dunque, nel rispetto della legalità, affermato e diffuso a tutti i livelli, cominciando dai luoghi ove si esercita l’autorità, non solo il presupposto per vivere individualmente al riparo, o quanto meno per avere il diritto di vivere al riparo, da rischi giudiziari, ma la premessa indispensabile di ogni attività sociale e politica. Quella consapevolezza che ci fa vedere nelle istituzioni pubbliche – nello Stato, o meglio in ciò che la Costituzione sinteticamente indica come “la Repubblica” – non già un fastidioso inciampo che ostacola i nostri progetti, un nemico potenziale o attuale da tenere il più possibile lontano dalle nostre vite e dalle nostre tasche, ma l’espressione e lo strumento necessario del nostro vivere insieme come comunità, strumento da costruire e da far operare, in virtù del nostro impegno di membri attivi di una comunità democratica, in modo adeguato a tale loro funzione.

Unità di molteplici e di diversi, naturalmente, che non nega ma anzi riconosce le legittime differenze e ne fa semmai fonte di arricchimento per tutti: tutti membri, da molto o da poco tempo, di una stessa comunità che vive e si rinnova, fatta di diversità di genere, di età, di cultura, di origine, di attitudini, di condizioni personali e sociali, senza che mai questi elementi operino come fattori di ingiustificate discriminazioni; di una comunità che però, come tale, ha, e sa di avere, un destino comune, interessi comuni, ragioni d’essere e valori condivisi.

Nella storia dei popoli le istituzioni politiche, e la politica, sono spesso, insieme, espressioni di una unità preesistente e fattori potenti di costruzione dell’unità. Nella nostra storia, per lungo tempo esse sono state forse più fattori di costruzione e di salvaguardia dell’unità che non espressioni spontanee di una unità preesistente. Basta pensare al ruolo unificante svolto storicamente, prima dalla monarchia e poi da una Repubblica, pur nata da una consultazione popolare che ha visto emergere chiaramente le differenze territoriali, ma che fin dall’inizio, e nei decenni successivi, si è affermata e consolidata come Repubblica “una e indivisibile”, al cui Presidente, come ho ricordato, si affida primariamente proprio il compito di rappresentare l’unità nazionale. E analoghe funzioni di unità sono state e sono svolte da altre istituzioni, costruite come espressione e garanzia dell’unità giuridica del paese, dal Parlamento alla Cassazione, divenuta unica solo negli anni Venti del Novecento, all’organo unico di giustizia costituzionale. Per altro verso, pensando all’aspetto territoriale dell’unità, da cui siamo partiti, si può ricordare la fondamentale regola costituzionale, propria peraltro dei sistemi federali come di quelli di Stati unitari, per cui le autonomie territoriali non possono mai adottare “provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose” nè “limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale” (articolo 120 Cost.).

Oggi sembra talora che la politica preferisca svolgere un ruolo di sottolineatura o di salvaguardia gelosa delle differenze: sia attraverso l’emergere di rivendicazioni o di chiusure ed egoismi territoriali, sia attraverso l’insistenza sulla contrapposizione integrale e assoluta fra indirizzi politici di maggioranza e di opposizione, quasi che la democrazia si esprimesse genuinamente o si esaurisse nella contesa fra parti diverse e divise su tutto. Per questo forse è oggi necessario più che in passato riaffermare che la dialettica democratica non può negare o compromettere l’esistenza di un terreno comune in cui tutti si ritrovino; che gli indirizzi politici sono tanti e legittimamente si confrontano fra loro, ma la Costituzione è una, è di tutti e vincola tutti, e non deve mai trasformarsi in un terreno di scontro politico; che anche i partiti, legittimi portatori della molteplicità delle opzioni presenti nella società, non possono dimenticare il loro ruolo di “parti totali”, impegnate cioè a perseguire visioni di interesse generale e non interessi particolari; che le istituzioni della Repubblica non vanno indebolite o disprezzate, ma custodite e sostenute da tutti in modo che possano svolgere nel modo più efficace la loro funzione di unità.

E’ questa l’unità nazionale che vogliamo oggi celebrare