Città Costituzione

ESECUTIVO FORTE NON SIGNIFICA SVILUPPO

Caro Direttore,
Angelo Panebianco, commentando sul Corriere il “Ferragosto nero della politica” (sabato 13), accanto a varie considerazioni condivisibili o almeno plausibili, ne introduce una che riguarda il sistema istituzionale: secondo lui “l’unica ragione per cui la Francia ha fin qui mantenuto la tripla A, non è stata ancora declassata, è dovuta esclusivamente al suo particolare sistema costituzionale” caratterizzato da “un Presidente istituzionalmente fortissimo, un Parlamento debole, un numero assai ridotto di poteri di veto”. Da noi, al contrario, secondo Panebianco avremmo un assetto istituzionale che garantisce “la permanente debolezza dell’esecutivo e la presenza di innumerevoli canali e poteri di veto”. Lascia davvero perplessi sentir definire “debole” un potere esecutivo che in questi anni è riuscito (non certo a governare bene il paese, ma) a svuotare il Parlamento, cui ha imposto di tutto a colpi di voti di fiducia, e spesso a fare strame della Costituzione, lamentandosi pure che la Corte costituzionale pretenda di sindacare la legittimità delle leggi, cioè di fare il suo mestiere! E lascia perplessi anche sentir attribuire il merito della “tripla A” riconosciuta alla Repubblica transalpina (“riconoscimento”, peraltro, sulla cui affidabilità e sul cui significato valgono le giuste considerazioni di Massimo Nava sulla stessa pagina del Corriere) a un sistema antiparlamentare di centralizzazione e personalizzazione del potere politico: trascurando fattori quali, tanto per accennare alla rinfusa solo ad alcuni, la grande tradizione di efficienza dell’amministrazione francese, l’elevato tasso di natalità di quella popolazione, un sistema di tutele sociali molto forte, l’emarginazione, fino ad oggi, della destra xenofoba (a differenza di quanto si è fatto da noi con la Lega). Si dovrebbe poi domandarsi come mai la tripla A (e soprattutto la solidità politica) caratterizzi, in Europa, un sistema schiettamente parlamentare e proporzionalistico come quello della Germania. 
Se c’è un nesso fra funzionamento delle istituzioni e capacità di rispondere ai problemi della crisi, questo dovrebbe proprio indurci non già a rispolverare velleità presidenzialistiche (all’italiana), ma a restaurare e rafforzare i troppi aspetti del nostro sistema costituzionale che hanno subìto in questi anni attacchi e azioni di logoramento: dalla legalità e imparzialità dell’amministrazione, al corretto rapporto fra fonti normative (col dilagare dei decreti legge e delle ordinanze d’urgenza), al rispetto della distinzione fra organi di indirizzo e organi di garanzia. Guardiamo, sì, anche oltralpe (come abbiamo sempre fatto), per cercare di prendere i buoni esempi: ma non per chiedere che Berlusconi possa disporre dei poteri che il generale De Gaulle immaginò per un Presidente super partes, e che la pratica politica francese ha reso spesso fonte di squilibri (tanto da provocare, nel 2008, una riforma costituzionale intesa a rafforzare gli altri poteri).

Valerio Onida

Ma troppi veti minano l’ economia

La querelle fra i conservatori costituzionali, come Onida, e i fautori di una revisione del nostro assetto istituzionale è iniziata molto prima che Berlusconi entrasse in politica e continuerà anche dopo che egli uscirà di scena. Onida e io abbiamo, sul tema, da sempre, idee diverse. Se ne faccia una ragione. Non è vero che non ci sia alcuna relazione fra l’ assetto costituzionale di un Paese e le valutazioni dei mercati sulla sua solvibilità. Ciò che ha fin qui salvato la Francia dal declassamento è, appunto, la valutazione positiva dei mercati sulla stabilità politica del Paese, a sua volta propiziata dal suo sistema costituzionale. La Germania, che dispone di ben altra solidità economica, con questo discorso non c’ entra nulla. Inoltre, che i sistemi democratici possano essere distinti per il numero e la forza dei poteri di veto presenti non è una mia invenzione ma una tesi consolidata nella letteratura politologica sulle democrazie. In questa particolare prospettiva, ad esempio, il presidenzialismo statunitense e la democrazia assembleare italiana sono accomunati da un numero elevato di forti poteri di veto. A differenza della democrazia britannica, di quella francese (nelle fasi di non coabitazione) o di quella spagnola. Preciso, infine, a scanso di equivoci, che io non sono un fautore, per l’ Italia, del semipresidenzialismo francese. Mi accontenterei di un sistema parlamentare corredato di alcune regole «britanniche». Non sono solo il maggioritario e il bipartitismo a garantire in Gran Bretagna il predominio del governo. Ci sono anche le regole costituzionali: come, ad esempio, quelle che assicurano all’ Esecutivo il pieno controllo sulla agenda dei lavori parlamentari (altro che presidenze delle Camere e conferenze dei capigruppo). È un sistema che non piace ai nostri conservatori costituzionali, da sempre innamorati della cosiddetta centralità del Parlamento. A me invece piace. Indipendentemente dal fatto che i governanti si chiamino Berlusconi, Prodi, Tizio o Sempronio.

Panebianco Angelo