Città Costituzione

Meglio tagliare i compensi che sopprimere le cariche

La manovra di Ferragosto (decreto legge 138/2011, articolo 16) prevede la soppressione dei consigli e delle giunte comunali nei Comuni fino a 1000 abitanti, e la costituzione, fra Comuni contermini di questa dimensione, per l’esercizio di tutte le funzioni amministrative comunali, di «Unioni municipali», rette dall’assemblea dei sindaci (unici organi elettivi che resterebbero nei singoli Comuni), dal presidente dell’Unione municipale eletto dall’assemblea fra i propri membri, e dalla giunta dell’Unione, nominata dal Presidente.
La logica di norme come queste può essere di due tipi: può tendere a razionalizzare le amministrazioni a livello comunale, con l’esercizio obbligatoriamente associato di funzioni e servizi; e può mirare semplicemente a ridurre il numero delle “poltrone” (termine orrendo, con cui sono indicate le cariche elettive, considerate implicitamente posizioni di vantaggio per gli eletti, invece che, come dovrebbero essere, strumenti per esercitare compiti rappresentativi a vantaggio della comunità).
La prima logica è in linea di principio corretta: si tratta di contrastare le inefficienze che derivano spesso dall’eccessiva frammentazione dei territori comunali, pur senza cancellare del tutto forme di autonomia che sono radicate profondamente nella tradizione e nella memoria dei cittadini. Semmai si può rilevare che sarebbe bene lasciare alle singole Regioni maggiore spazio per la riorganizzazione delle funzioni comunali. Per le Regioni a statuto speciale, in particolare, un maggiore spazio di autonomia è costituzionalmente necessario, poiché queste godono di potestà legislativa primaria in tema di ordinamento dei rispettivi enti locali. 
La manovra enfatizza, però, il problema dei risparmi conseguibili con la soppressione delle cariche elettive nei micro-Comuni, nella logica della riduzione dei “costi della politica”. Il risparmio deriverebbe dalla mancata corresponsione delle indennità, dei gettoni di presenza e degli altri benefici (rimborsi spese, oneri per i permessi retribuiti) spettanti agli assessori e ai consiglieri comunali. Questo risparmio potrebbe però essere ugualmente conseguito non sopprimendo la carica, bensì sopprimendo l’indennità o il compenso. Perché non si potrebbe stabilire che le cariche elettive (almeno) nei piccoli Comuni non diano luogo ad alcuna forma di emolumento (indennità o gettone di presenza o altro) a favore dei loro titolari? La logica delle indennità per le cariche elettive non è quella di compensare il “lavoro” svolto dai titolari – trattandosi di una funzione assunta volontariamente dall’eletto -, ma quella di consentire a tutti di accedere alle cariche, anche a coloro che non godono di redditi propri diversi da quelli di lavoro e che non potrebbero altrimenti svolgere le funzioni elettive se non rinunciando in tutto o in parte ai proventi della loro attività lavorativa: una logica quindi di eguaglianza. Se questa esigenza non sussiste, perché l’eletto non deve rinunciare ad alcun reddito, in quanto ad esempio è pensionato o svolge un lavoro compatibile con l’esercizio della funzione pubblica (e nei piccolissimi Comuni è quasi sempre così, per il limitato impegno che la carica comporta), l’indennità o il compenso non hanno ragion d’essere. Ad assicurare condizioni di eguaglianza basterebbe la norma della Costituzione (articolo 51, terzo comma) che garantisce a chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive il «diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro»: e l’articolo 79 del Testo unico enti locali del 2000 stabilisce le regole applicative. Ci si dovrebbe domandare se, eliminato il problema dei costi, risulti ancora ragionevole e utile sopprimere tante cariche rappresentative. In particolare, se la eliminazione dei consigli comunali nei Comuni piccolissimi, che eleggerebbero solo un sindaco, non contraddica l’esigenza oggi diffusa di potenziamento e non di indebolimento della partecipazione popolare alla cosa pubblica. La funzione rappresentativa, anche nelle piccole comunità, sarebbe drasticamente ridotta alla delega a un solo “capo”, con l’esito di allontanare i cittadini dai problemi della comunità.