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IL VIRUS CORRUZIONE VA DEBELLATO ANCHE IN CASA DEL PD

Nessuno probabilmente ha mai pensato che i partiti della sinistra o del centrosinistra, (ivi compreso quel PCI il cui segretario Enrico Berlinguer aveva fortemente – e meritoriamente – sventolato la bandiera della “questione morale” come grande questione politica), siano stati nella loro storia sempre esenti dai “vizi” dei finanziamenti illeciti e degli intrecci fra politica e affari: anche se nessuno può pensare che tutte le responsabilità siano eguali (ci sono responsabilità maggiori e minori), e che quindi, siccome sono tutti colpevoli, non c’è nessun colpevole; ed è vero anche che ci sono stati e ci sono modi diversi di reagire di fronte alle risultanze delle indagini giudiziarie (c’è chi accusa a priori i magistrati di persecuzione, e chi, non escludendo che anche i magistrati sbaglino o eccedano dai loro compiti, ne rispetta il lavoro). 
Ma i fatti che stanno venendo alla luce nelle indagini su Sesto San Giovanni sollevano interrogativi più gravi che non quelli relativi alle eventuali responsabilità penali (da accertare) di questo o di quel dirigente, e anche delle eventuali misure “disciplinari” che la giustizia interna del partito democratico possa adottare. Il vero interrogativo è il seguente. Posto che nella storia delle amministrazioni e dei partiti italiani si sono verificate e probabilmente si verificano ancora pratiche di commistione fra funzioni pubbliche e affari privati, il partito democratico (che sulla scena italiana si è presentato come una formazione nuova la quale ambisce, fra l’altro, a gettarsi alle spalle le degenerazioni del sistema politico del passato) si è davvero, e dappertutto, distanziato dalle suddette pratiche di commistione? Ed è pronto e capace di combattere anzitutto al proprio interno, e in tutti gli apparati pubblici nei quali i suoi dirigenti e iscritti operano, il virus della corruzione e dell’interesse privato, adottando le misure e le pratiche di rigore assoluto e di trasparenza che servono per contrastare quel virus? Governare e amministrare, specie a livello locale, vuol dire, si sa, avere a che fare tutti i giorni con interessi e con questioni di denaro. L’urbanistica, in particolare, è terreno propizio per accordi e scambi propri ed impropri, specie da quando si è diffusa (malauguratamente) la pratica della cosiddetta “urbanistica negoziata”, per cui l’adozione di decisioni amministrative che per definizione devono perseguire il pubblico interesse è sempre più largamente affidata a negoziazioni fra amministrazione e privati titolari di interessi legati all’uso del territorio. Certo occorre ben distinguere i casi in cui l’accordo può rispondere esclusivamente a interessi generali (poniamo, il proprietario di aree che accetta pubblicamente di eseguire a proprie spese delle opere di interesse generale nel momento in cui ottiene la facoltà di costruire, ovviamente secondo le regole) dai casi in cui gli accordi e gli scambi riguardano anche interessi dei singoli amministratori o funzionari o, per altri versi, l’inosservanza o l’osservanza “attenuata” di regole esistenti. 
Solo una classe di politici e di amministratori che faccia della legalità, dell’imparzialità amministrativa e del rigore la propria norma assoluta e inderogabile di comportamento, e sappia imporla a tutti gli apparati, con i controlli opportuni, può garantirci in questo campo. E la via maestra per farlo è che ogni confronto di interessi e di soluzioni, ogni trattativa e accordo passino sempre e continuamente attraverso prassi di assoluta trasparenza: che vuol dire pubblicità, dibattito pubblico sulle alternative e sulle ragioni e implicazioni di ogni soluzione, accesso dell’opinione pubblica a tutti i dati e fatti che concernono i relativi progetti e la loro realizzazione. La tentazione di usare occasioni di questo tipo per ottenere più o meno direttamente finanziamenti a partiti o gruppi, o finanziamenti di campagne elettorali di partito o personali, va prevenuta prima che respinta. I partiti non debbono avere altri “interessi” se non il pubblico interesse palesato e dimostrato; i loro “costi” non devono trovare altro tipo di copertura che non siano il finanziamento pubblico diretto e i finanziamenti privati leciti, soggetti a piena pubblicità e non condizionanti (nemmeno, sia detto tra parentesi, le “quote” imposte ai propri iscritti che ricoprendo cariche pubbliche percepiscono delle indennità, e che tendono a tradursi in gonfiamenti indebiti di queste ultime). La pubblicità e i controlli di legalità sulla percezione e sull’impiego delle loro risorse finanziarie non debbono essere affidati a indulgenti istanze formate da esponenti degli stessi partiti, ma ad organismi indipendenti e competenti.
Solo una prassi – dimostrata – di questo genere può concorrere a dare (o ridare) al partito democratico e ad ogni altro partito quella “credibilità” che è l’unica caratteristica capace di far guadagnare non un qualsiasi consenso elettorale provvisorio, ma la fiducia dei cittadini nei partiti stessi, nella politica e nella democrazia.